L’importanza dell’Unione Europea e del dialogo internazionale

L’Unione Europea è un’organizzazione internazionale politica ed economica costituita da 27 stati membri. La sua formazione è avvenuta all’indomani della Seconda Guerra mondiale e dovuta ad un desiderio di cooperazione, fattosi più acceso a seguito di secoli di conflitti, sia diplomatici che armati, che si sono susseguiti nel continente europeo per vari motivi, a partire dalle guerre di legittimità fino ad arrivare alle contese coloniali per la supremazia sui territori.

Tale organizzazione ha origine per promuovere una cooperazione economica tramite cui creare un’interdipendenza tra i paesi europei, con il secondo scopo di ridurne i contrasti, e si è poi evoluta in un’unione che ha come obiettivi il benessere dei suoi cittadini e la protezione dell’economia e dell’ambiente, rispettando la dignità umana e le libertà individuali e nazionali.

Di non trascurabile importanza è il concetto per cui l’Unione Europea non limita i sui stati membri, che restano sovrani ed indipendenti, ma sono questi che condividono una parte della loro sovranità al fine di stabilire in modo democratico per ciò che concerne decisioni inerenti a questioni di comune importanza, si prenda in esame la crisi mondiale dovuta alla pandemia di Covid-19 come esempio chiaro di necessità di dialogo. 

Storia

Per capire l’importanza dell’esistenza di un unione tra le nazioni d’Europa e del suo ruolo di mediatrice è necessario pensare ai momenti di crisi del continente, considerato per anni come polveriera dell’Occidente. Ponendo un esempio che permetta di vedere la differenza tra un contesto in cui le nazioni ragionano in termini di individualità e interessi personali ed uno in cui si è fatto in termini di cooperazione si pensi alla Rivoluzione Francese. Oltre all’alto costo di vite umane, l’Europa, non ancora unita, dovette affrontare il problema di arginare la diffusione delle idee rivoluzionarie  e riorganizzare la suddivisione del territorio, questo portò ad un primo tentativo di compartecipazione internazionale, il Congresso di Vienna. Oltre ai provvedimenti in merito alla legittimità dei sovrani e alla restaurazione dei confini precedenti alle guerre napoleoniche, salvo alcune eccezioni, si sviluppò il concetto di Concerto Europeo, basato sulla collaborazione e sul dialogo in caso di minacce all’interno delle potenze fondatrici.

Questo equilibrio fu destinato a decadere un po’ a causa dei moti rivoluzionari dell’Ottocento, un po’ per il costante conflitto franco-prussiano. L’idea di un’Europa effettivamente unita fu poi avanzata da Churchill, appena finita la Seconda Guerra mondiale, che invitando a dimenticare il nazionalismo e i disastri della guerra, propose la creazione di qualcosa come “gli Stati Uniti d’Europa”. Nel 1949 dieci stati si riunirono per fondare il Consiglio d’Europa, nel 1950 fu sancita una collaborazione tra alcuni paesi europei, tra cui Italia, Francia e Germania, che nel 1957 diventerà la Comunità Economica Europea.

Negli anni sessanta nei paesi appartenenti alla CEE si assiste ad un progresso economico molto forte, favorito anche dall’abolizione dei dazi doganali nei reciproci scambi. Nel 1973 si ha il primo allargamento degli stati partecipanti, anno in cui si inserì il Regno Unito. Dopo la caduta del muro di Berlino la Germania fu riunita e il crollo del comunismo ha determinato un avvicinamento tra i cittadini europei, coronato con il Trattato di Maastricht in cui i membri della comunità hanno stabilito la nascita dell’Unione Europea.

Come anticipato, l’importanza di questa organizzazione internazionale è evidente anche nell’attualità, l’Unione Europea è stata molto attiva nella gestione della pandemia dovuta al Covid-19. Premettendo che questa non è la prima crisi che viene affrontata e necessita dell’intervento dell’UE, si pensi alla SARS o agli attacchi terroristici, e che si tratta di un avvenimento che non ha permesso una risposta tempestiva ed univoca, si ricorda che le disposizioni per quanto riguarda la sanità pubblica sono una base importante per gli interventi dell’organizzazione in questa situazione di emergenza e permettono  di aiutare i cittadini degli stati membri su più fronti.

L’Unione Europea ai tempi del Covid-19

L’Unione Europea è stata creata con lo scopo di garantire un dato livello di protezione e benessere, motivo per cui esistono disposizioni come la clausola di solidarietà, che stabilisce che l’UE è giuridicamente obbligata a supportare qualunque stato membro vittima di attacchi terroristici o calamità naturali, solo nel caso in cui lo stato ne faccia richiesta. Nonostante questa norma non sia mai stata invocata, l’Italia, in un periodo di pandemia, ha ricevuto forniture mediche da Francia e Germania, nonostante anche questi paesi fossero toccati, seppur in maniera minore, dalla crisi in atto. Questo a dimostrazione del fatto che un’unione tale tra gli stati fa sì che nasca un sentimento di solidarietà pressoché spontaneo.

Questo non toglie che gli Stati membri possano adottare anche disposizioni di carattere protezionista per quanto riguarda i dispositivi di protezione personale, perché si tratta di motivi legati alla tutela della salute delle persone. In risposta a questo l’UE ha stanziato un capitale al fine di garantire la presenza di tali dispositivi (mascherine, guanti ecc) in un fondo europeo comune, da cui saranno divise negli stati membri tenendo in considerazione la gravità della situazione in ognuno di questi.

In un momento così particolare e ricco di instabilità l’Unione Europea interviene anche con dei mezzi a salvaguardia del mercato interno, con particolare attenzione alle imprese per cui sono stanziati aiuti, vietati fatta eccezione per calamità naturali ed eventi straordinari, che variano dalle sovvenzioni dirette a prestiti pubblici agevolati. La pandemia si sta affrontando tramite l’uso degli strumenti a disposizione dell’Unione Europea, senza tralasciare la necessità di intervenire rapidamente a tutela degli stati tramite azioni mirate e di custodire il principio alla base della collaborazione: il mercato interno. 

Nonostante il fine comunitario l’Unione Europea è stata vittima di opinioni molto contrastanti tra loro sin dalla sua creazione, si pensi che la CEE era formata soltanto da sei potenze europee. Tra le nazioni restanti si distingueva chi era scettico per una mancata fiducia nel concetto di cooperazione tra un numero di paesi tanto elevato, chi aveva una situazione troppo disastrosa in patria per poter pensare di entrare in una “comunità” e chi sosteneva il principio di legittimità dei sovrani rifiutando il concetto democratico alla base dell’Unione Europea. Tali idee hanno subito un modificarsi continuo nel corso degli anni, fatto sta che il numero attuale di Stati membri è aumentato a 27, 28 fino all’uscita dell’Inghilterra a fine 2019.

Ancora una volta lo stato di emergenza in atto offre un quadro interessante per capire le dinamiche che smuovono le opinioni riguardanti l’UE. Cosa comune in Italia è un senso di insoddisfazione legato al modo in cui la comunità europea ha gestito la crisi in atto che ha portato ad un calo di consensi, di cui non può che essere felice quell’ala di pensiero a sostegno della sovranità nazionale contro “l’invasione di Bruxelles”. In particolare si lamenta una risposta poco tempestiva (come abbiamo visto quasi impossibile data l’imprevedibilità di una tale crisi) e un trattamento del problema poco o per nulla adeguato, quasi come se fosse stato sottovalutato. D’altro canto è necessario contestualizzare questo cambiamento dell’opinione pubblica in un ambiente particolarmente provato e in ogni caso questa mancanza di fiducia nei confronti dell’Unione Europea molto di rado rappresenta una reale volontà di chiusura e allontanamento da parte degli Stati membri.

In conclusione viviamo in un’epoca storica in cui un legame tra nazioni appartenenti allo stesso continente rappresenta un fattore positivo in più ambiti, ognuna di queste può contare su un “principio regolatore” al quale poggiarsi in caso di difficoltà e che interverrà secondo diverse modalità, dalla promozione delle campagne di sensibilizzazione agli aiuti economici. Inoltre non va dimenticato che l’Europa ha sempre vissuto in condizioni di alta conflittualità che si sono stabilizzate proprio in seguito ad un progetto comunitario di unione, collaborazione e dialogo. 

Covid-19, ripercussioni sull’economia globale

Viviamo in un momento storico ed economico molto particolare. A causa della pandemia dovuta al covid-19 alcune tra le maggiori potenze globali stanno affrontando un periodo di forte recessione economica, probabilmente la più grave dalla Seconda Guerra mondiale, e di cambiamenti interni al mercato dei consumi e del lavoro. L’impatto economico si è verificato in primis in Cina, con un calo dell’offerta drastico dovuto al periodo di reclusione iniziato a gennaio. Data l’importanza della componente cinese nella produzione internazionale, questo calo ha portato delle ripercussioni sulle catene di fornitura internazionale, cui consegue un relativo calo della domanda che ha danneggiato consumi ed investimenti anche in Europa, Stati Uniti ed America Latina, tutte nazioni che oltre al danno di importazione si ritroveranno, poco dopo la Cina, a dover gestire gli effetti diretti della pandemia e del lockdown.

Punto di partenza: la Cina

Come anticipato, in Cina le disposizioni per limitare il contagio sono partite a gennaio, poco prima del Capodanno cinese. Il forte potere politico e l’esperienza avvenuta già qualche anno fa con la SARS hanno permesso di chiudere immediatamente tutte le attività non ritenute necessarie e di avere una preparazione maggiore in ambito sanitario. Come in occidente i provvedimenti presi per limitare i contagi hanno provocato un crollo delle borse e la chiusura delle attività ha fatto sì che si degenerasse in una crisi economica. I settori maggiormente colpiti sono quelli del turismo, si pensi che solo nella settimana del Capodanno sono andati persi circa 500 miliardi di Yuan (circa 61 miliardi di euro), dei trasporti, a causa degli spostamenti bloccati nel territorio, dell’immobiliare e dei beni di lunga durata non essenziali. Numericamente parlando si è verificato un crollo dei consumi al dettaglio intorno al 20% e dei volumi di scambi commerciali di poco inferiore. In risposta alle restrizioni di movimento molti lavoratori ed aziende sono stati costretti a rinnovare la struttura commerciale. Le imprese sono state indirizzate al web per la vendita dei propri beni, provocando un aumento record di nuove iscrizioni per i siti di vendita online. Tra i settori che hanno tratto vantaggio dal periodo di reclusione abbiamo quello dell’intrattenimento, cinematografico, ludico ed online, quello assicurativo, con un picco di richieste di polizze assicurative sanitarie, e quello sanitario, spinto alla produzione di strumenti per la prevenzione e la sicurezza personale. Di non trascurabile importanza è la capacità di adattamento dei cinesi, che li porterà a riemergere facilmente, ed il fatto che Pechino, una volta superato lo stato di emergenza in Cina, ha mandato aiuti a molti stati in difficoltà, cosa nel pieno interesse della potenza orientale al fine di tornare il prima possibile ad una situazione di normalità internazionale e di salvaguardare i propri rapporti commerciali. A causa della crisi una reale retrocessione potrebbe verificarsi nei rapporti con gli Stati Uniti, con cui potrebbe ricominciare lo scontro per limitarsi a vicenda, molto agevolato dall’atteggiamento anticinese nella gestione della pandemia di Donald Trump, oppure si potrebbero mantenere i rapporti attuali, specialmente in vista dell’anno elettorale negli USA.

La nostra realtà: l’Italia

In Italia la pandemia inizia a dilagare dallo scorso febbraio, le conseguenze economiche sono particolarmente tangibili e vanno ad intaccare un sistema già indebolito rispetto alle altre potenze europee. I dati a fine giugno riportano un deficit del PIL al -12,8% ed un aumento del debito pubblico al 166%. Il crollo congiunto di offerta e domanda è dovuto, come negli altri paesi, alla chiusura di molte attività. Per valutare la situazione economica attuale si prenda ad esempio uno dei settori più importanti dell’economia nazionale, quello turistico, che subisce un notevole crollo a causa delle misure di contenimento e per cui il ritorno alla normalità sarà molto graduale, comportando perdite di miliardi di euro, cifra non indifferente essendo buona parte del PIL nazionale. Un altro settore che ha subito i danni dovuti alla pandemia è quello relativo all’export italiano. Non essendo l’Italia l’unica nazione ad essere colpita dal covid-19 ed essendo maggiormente in crisi i principali paesi di destinazione dei prodotti italiani, senza tralasciare i relativi problemi logistici relativi alla spedizione in sé, l’export subirà un calo tra i più elevati nell’economia europea. In una situazione simile sono state trovate delle prospettive di sviluppo solo in alcuni ambiti, tra cui il settore farmaceutico e quello delle telecomunicazioni. Il passaggio ad uno stile di vita totalmente diverso ha portato un cambiamento ed una diminuzione anche nei consumi familiari, si passa ad acquisti volti a procurarsi i beni di prima necessità a sfavore di tutte quelle spese secondarie, quali abbigliamento, servizi ricreativi e ristorazione.

Una grande potenza europea: la Germania

Per rendersi realmente conto della situazione economica in Germania bisogna fare un paragone con le altre potenze europee. Prendendo in esame il primo trimestre del 2020 si pensi al fatto che la Francia, anch’essa toccata dalla crisi per la pandemia, ha subito un deficit del PIL del -5,8%, la Spagna del -5,2% ed il Belgio del -3,9%. In un quadro europeo simile la Germania ha visto una diminuzione del PIL del 2,2%, prendendo in esame lo stesso lasso di tempo. Il vero shock subito dall’economia tedesca non è inerente al mercato finanziario, che risulta già in piena ripresa, ma alla crisi nel sistema economico internazionale che provoca dei rallentamenti a livello commerciale. Il sistema tedesco infatti è basato sull’export-led (modello economico volto all’esportazione) che non trae sicuramente beneficio da una situazione come quella attuale. Un altro importante fattore è che, essendo molto collegata alle catene produttive globali, sull’economia tedesca si ripercuote qualsiasi deficit delle aziende a cui è legata e la pandemia ha danneggiato due importanti fornitori per quanto riguarda le produzioni di componentistica, l’Italia e la Cina. Il problema non è sormontabile in autonomia, un po’ perché molte aziende hanno una politica di acquisto di pezzi per cui questi vengono comprati solo in caso di bisogno, un po’ perché molte delle componenti sono altamente specializzate e prodotte solo in determinate industrie, comportando l’assenza di fornitori alternativi. In ogni caso la Germania si appresta a risolvere i propri problemi economici ed acquisire una maggiore importanza nel panorama europeo a causa della nomina di Angela Merkel come Presidente del Consiglio dell’Unione Europea, con una campagna a favore dello sviluppo sostenibile e dell’innovazione, resa particolarmente condivisibile per la credibilità della cancelliera tedesca, tornata ad i massimi livelli in seguito alla gestione della pandemia.

Una situazione particolare: Regno Unito

Il Regno Unito parte da una situazione in bilico già dall’inizio dell’anno a causa della Brexit, con cui si è tirato fuori dall’Unione Europea. A questo va aggiunto che si tratta dell’ultimo paese ad imporre la chiusura delle attività e la quarantena a causa della pandemia e dell’ultimo a dare il “via libera”. La coesistenza di questi fattori ha portato la nazione a subire il maggiore calo registrato da quando vengono pubblicati i dati economici mensili, con una diminuzione del PIL pari al 20,4% nel mese di aprile, una crisi peggiore di quella del 2008, soprattutto data l’importanza del settore manifatturiero, che contribuisce per il 21% alla composizione del PIL nazionale, in stato di stasi per i provvedimenti contro il covid-19.  Il tutto è aggravato dalla leggerezza e lentezza con cui Boris Johnson ha affrontato la pandemia, proponendo addirittura, come soluzione primaria, l’immunità di gregge. Come per gli altri paesi la ripresa economica sarà lenta, intaccata non solo dalla pandemia, ma anche dal dover ridiscutere alcuni termini della Brexit, per introdurre delle clausole a tutela della ripresa nazionale.

Il gigante oltreoceano: gli Stati Uniti

La pandemia non poteva non intaccare anche la maggiore potenza globale. Anche negli Stati Uniti ci troviamo in una situazione affrontata in modo tardivo e sottovalutata dal presidente Donald Trump, che inizialmente sosteneva che il mondo si fosse fermato per un’influenza. Facendo un discorso in senso cronologico si può notare come nel mese di dicembre la disoccupazione negli USA fosse in diminuzione arrivando al 3,5% e i salari e la borsa americana fossero in crescita. A gennaio è stato concluso uno dei più importanti accordi commerciali che prevede l’acquisto da parte della Cina di una quantità di prodotti per un valore di 200 miliardi di dollari, uno stimolo importante ad un’ulteriore crescita economica che non dipende dalla domanda interna. Nel mese di maggio la situazione si modifica notevolmente, il PIL passa dal +2.1% al -4.5% e la disoccupazione dal 3,5% al 14%. La risposta del governo è stata una riduzione dei tassi da parte della FED e un piano di aiuti pari a 2700 miliardi di dollari. Fornire questi sostegni non farà totalmente ripartire l’economia americana ma si aveva comunque la necessità di aiutare migliaia di persone che avevano perso il lavoro, soprattutto dati i costi sanitari degli USA. Per avere un quadro completo nella settimana antecedente al lockdown le richieste di sussidio sono state circa 70 mila, a partire dalle imposizioni di quarantena sono aumentate a 3 milioni e 300 mila. Già nel mese di giugno si è verificato un aumento di oltre due milioni di posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è sceso di oltre un punto percentuale e le attività sono state riaperte, alcune con qualche limitazione, in tutti gli stati. L’economia americana dimostra una forte reattività, confermata da un immediato aumento delle borse.

Un grande rischio: l’America Latina

L’America latina sta vivendo momenti di particolare difficoltà. Si tratta di un subcontinente che da anni non vede una crescita significativa e con problemi crescenti di indebitamento, con difficoltà a livello finanziario, poche opportunità di investimento e minime possibilità di recupero nei prossimi due anni. In un panorama simile il numero elevato di casi di covid-19 sicuramente non crea giovamento. In molti paesi le quarantene sono terminate in modo precario, senza aspettare che la curva di contagi si stabilizzasse, principalmente a causa della spinta degli imprenditori che non vogliono tenere ferme le loro attività per un lasso di tempo troppo elevato. L’economia sudamericana si sta bloccando e a risentirne sono tre perni fondamentali su cui si basa: il turismo, a causa delle limitazioni negli spostamenti, il commercio, per i limiti nelle esportazioni con conseguente calo del prezzo delle materie prime, e i flussi finanziari, con un calo degli investimenti esteri che raggiunge il 50%. Prendendo qualche esempio più specifico vediamo la situazione attuale in Brasile ed Argentina. Quest’ultima è alle prese con la crisi da prima della pandemia che la vede impegnata in trattative per sanare il debito generato dal governo Macrì. Il primo caso di covid-19 è stato riscontrato il 7 marzo e, da subito, sono state messe in atto le norme di confinamento, che hanno provocato il fallimento di molte attività. Tutti questi fattori hanno causato una maggiore contrazione dell’economia e dell’impiego con l’aumento dei livelli di povertà, già gravi dopo il sopracitato governo. Una situazione da cui, secondo l’ONU, l’Argentina potrà uscire solo mediante un programma di sostegno internazionale. Per ciò che concerne il Brasile l’argomento è ancora più delicato. L’atteggiamento di Bolsonaro, recentemente risultato positivo al virus per ironia della sorte, non ha aiutato i cittadini a capire la gravità della situazione, al contrario, in un periodo di confinamento per limitare per quanto possibile il numero di vittime, il presidente incitava le persone ad uscire dato che tutti sarebbero morti di fame nel caso di un blocco dell’economia. Nella nazione il tasso di disoccupazione sta crescendo in maniera molto rapida e la crisi dovuta alla pandemia ha aggravato ulteriormente la nota disuguaglianza sociale.

In conclusione, le nazioni di tutto il mondo sono state colpite da una crisi molto difficile da gestire in quanto indipendente dalle singole economie. Il cessare delle attività di diverso tipo ha provocato un inevitabile crollo dei PIL di tutto il mondo, ulteriormente aggravato dalle limitazioni in materia di spostamenti che hanno creato danneggiato le esportazioni. Le possibilità di ripresa in tempi brevi sono plausibili per le maggiori potenze mondiali e per le nazioni con le economie più reattive, si vedano gli Stati Uniti e la Cina, mentre per i paesi più deboli la camminata verso la ritrovata stabilità economica sarà più lunga e difficoltosa.

Repressione nel XXI secolo

La Cina e il progetto di “rieducare” gli uiguri dello Xinjiang

Di recente si è verificata una delle più grandi fughe di notizie da quando la Cina si trova sotto il controllo del Partito comunista, si tratta di 403 pagine di documenti governativi che esprimono il bisogno di portare gli uiguri (etnia di religione islamica che si trova nello Xinjiang e di lingua turca) in scuole di formazione istituite dal governo. Alcuni studenti che frequentavano le scuole ad Hong Kong di ritorno per le vacanze verso l’estremo ovest della Cina hanno trovato le loro case vuote, così come quelle dei loro vicini e alla richiesta di spiegazioni alle autorità locali gli è stato raccontato di questi centri, al quale non potevano sottrarsi pur non essendo criminali, di come fosse necessario che le loro famiglie affrontassero un percorso scolastico dopo essere stati a contatto con ideali malsani, fornendo la seguente spiegazione e sottolineando che il periodo di reclusione sarebbe dipeso anche dalla loro condotta.

Il tuo familiare è stato inviato a studiare perché ha subito un certo grado di influenza dannosa sull’estremismo religioso e sui pensieri terroristici violenti. Se ad un certo punto le “Tre Forze” o le persone con ulteriori motivi le incitassero o incantassero, le conseguenze sarebbero gravi.

Risposta fornita alla domanda degli studenti sul perché la frequenza di queste strutture fosse obbligatoria per loro famiglie.

Per “Tre Forze” si intendono il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso, usato come scusa dal Partito contro le critiche internazionali ai campi che ha descritto come centri di formazione professionale, nonostante l’evidente fine che traspare dai documenti divulgati. Si tratta di deportazioni che il governo cinese ha cercato di presentare nella maniera più benevola possibile e cercando di nascondere la campagna di internamento più grande dai tempi di Mao. Le conseguenze riportate non sono solo per i diretti interessati e per le loro famiglie (di cui tratteremo nel prossimo testo), ma per l’intera regione afflitta dalla grave mancanza di forza lavoro ed alle persone che muovono lamentele viene intimato di tacere ed essere grati al Partito Comunista.
Nel documento viene riportato come il capo del Partito Xi Jinping abbia iniziato a parlare di repressione nell’aprile 2014, poche settimane dopo ci fu un attacco degli uiguri in una stazione che provocò numerosi feriti e 30 morti, Xi Jinping ha risposto chiedendo una lotta senza pietà contro il terrorismo usando gli organi della dittatura, ai discorsi tenuti dal capo del partito sono dedicate quasi 200 pagine.
Oltre 150 pagine del documento del governo offrono direttive alla sorveglianza in caso di domande da parte delle famiglie dei deportati, contenenti anche la minaccia che il periodo di detenzione fosse proporzionale al comportamento nei confronti del Partito dei parenti a casa, e riferimenti a progetti sull’estensione del programma anti islamico in altre parti della Cina.

Dal 2017, le autorità dello Xinjiang hanno arrestato molte centinaia di migliaia di uiguri, kazaki e altri musulmani nei campi di internamento. I detenuti subiscono mesi o anni di indottrinamento e interrogatorio volti a trasformarli in sostenitori secolari e fedeli del partito.

New York Times

Il governo invia i giovani più brillanti dello Xinjiang nelle università del paese con lo scopo di formare degli insegnanti uiguri, da farvi tornare, fedeli al Partito e, qualora le loro famiglie fossero state internate per la “rieducazione” durante il loro periodo di studi, le loro tasse universitarie sarebbero state gratuite.

La libertà è possibile solo quando questo ‘virus’ nel loro pensiero viene sradicato e sono in buona salute. 

Parte del documento

Approfondendo la situazione degli uiguri è possibile riscontrare dei movimenti indipendentisti che si sviluppano a partire dalla prima metà del novecento. Durante la guerra civile cinese si tentò più volte di istituire uno stato indipendente, ma i tentativi fallirono definitivamente nel 1949 con l’annessione della Seconda Repubblica del Turkestan alla Repubblica Popolare Cinese, con cui si mantiene un clima conflittuale. Nella stessa regione dello Xinjiang si trovano movimenti estremisti che hanno intensificato la loro azione dopo il 2001, come il Movimento islamico del Turkestan orientale e l’Organizzazione di liberazione del Turkestan orientale (entrambi nella lista delle organizzazioni terroristiche degli USA) che compiono attacchi contro l’esercito, gli abitanti di etnia Han e gli uffici governativi, azioni usate come pretesto per far partire la “rieducazione” da Xi Jinping.

Basato su un articolo del New York Times a cura di Austin Ramzy e Chris Buckley