Il nostro pianeta è un enorme ecosistema

Al contrario di ciò che crede la maggior parte delle persone, il nostro pianeta non ha risorse illimitate e non è un sistema autorigenerante. I danni che gli uomini causano all’ambiente vengono spesso sottovalutati, ma il nostro pianeta è un enorme ecosistema, per cui se una persona che non svolge la raccolta differenziata pensa che un sacco di rifiuti misti in più non danneggerà la Terra, o un’azienda che vuole limitare i costi e risparmia sul sostenibile è mossa da un desiderio di vantaggi economici a dispetto della tutela dell’ambiente, in realtà si stanno creando danni, che siano di piccola o grande entità . Andando ad osservare il problema ambientale a livello nazionale è necessario sottolineare come gli sfruttamenti delle risorse, nella maggior parte dei casi mirando ad un maggiore guadagno economico, anche se circoscritti ad una data area, rappresentino in realtà un problema di dimensioni globali. Stiamo trattando di un sistema in cui ogni cosa è collegata alle altre, così come ogni azione provoca una reazione e la Terra non ha una superficie infinita. Ogni tipo di sfruttamento dell’ambiente genera una forma di inquinamento che agisce sullo stato di salute, sul ritmo di crescita ed interferisce con le catene alimentari, tutti fattori che sommati alla distruzione degli habitat naturali da parte dell’uomo, ad esempio la deforestazione, vanno ad intaccare gravemente l’integrità della biosfera.

Un fenomeno particolarmente noto – la deforestazione in Brasile

A proposito di risorse limitate che il nostro pianeta può offrire un esempio eclatante è la deforestazione di cui si è parlato abbondantemente in relazione all’Amazonia brasiliana, dove si raggiungono nuovi record ogni anno. Secondo il National Institute For Space Research (INPE) a gennaio 2020 sono stati eliminati più di 280 km2 di area boschiva, con un aumento rispetto agli anni precedenti del 108%. Tali dati risultano accessibili mediante un sistema che usa i satelliti Terra ed Acqua della NASA, il DETER, che permette di monitorare la deforestazione amazzonica in tempo reale. Il forte aumento di sfruttamento dell’area forestale coincide con il primo anno in carica del presidente Bolsonaro, che ha insistito sull’allentamento delle restrizioni per lo sfruttamento dell’Amazzonia e con il “casuale” licenziamento di Ricardo Galvao, presidente dell’INPE e tra i dieci scienziati più importanti del 2019 secondo la rivista britannica Nature, con la motivazione di aver ingrandito l’entità del problema di deforestazione. La volontà di sfruttare le risorse della foresta amazzonica da parte di Bolsonaro è stata particolarmente eclatante nell’estate 2019, quando il governo ha cercato di ridurre al minimo il controllo degli incendi boschivi verificatosi nell’area forestale.

Ma da cosa nasce la spinta allo sfruttamento delle risorse ambientali di quello specifico territorio?

Premessa fondamentale per affrontare il discorso è che l’Amazzonia brasiliana ospita molteplici comunità native a cui sono state assegnate delle zone protette che ospitano un’enorme quantità di risorse minerarie. A febbraio 2020 il presidente in carica ha presentato un particolare disegno di legge (www.camara.leg.br/proposicoesWeb/fichadetramitacao?idProposicao=2236765) che consente l’attività di estrazione nelle suddette aree, proposta già avanzata durante la campagna elettorale del 2018. La lotta contro le comunità native è stata fondamentale nella propaganda di Bolsonaro che ha colpevolizzato queste popolazioni di occupare troppa terra, quindi una critica ai confini delle zone protette, che rappresentano circa l’8% della nazione, ostacolando di conseguenza lo sviluppo economico del paese. La proposta del governo brasiliano includi disposizioni di consultazione delle comunità indigene e richiede l’approvazione da parte del congresso per qualsiasi attività di estrazione. Tale tentativo di dialogo con le popolazioni native potrebbe rappresentare un piccolo esempio di apertura, se solo questo non fosse limitato dal fatto che, una volta ottenuto il permesso da parte del congresso, le comunità perdono ogni diritto di voto. In ogni caso la politica ambientale di Bolsonaro rappresenta una minaccia a livello globale poiché l’Amazzonia è il principale polmone verde della Terra ed è una delle aree del pianeta con maggiore biodiversità.

Le problematiche della politica ambientale del presidente brasiliano non derivano solo dalla deforestazione, che già da se rappresenterebbe un enorme problema, ma anche dall’ipotesi sull’uscita del Brasile dagli accordi sul clima di Parigi (https://ec.europa.eu/clima/policies/international/negotiations/paris_it). Questa è stata ritirata ma è da tenere in considerazione che il capo dello staff di Bolsonaro, Lorenzoni, è un negazionista che ritiene inutile ed inaffidabile lo studio del clima, problema notevole visto l’impatto che ha l’amazzonia sull’assetto climatico globale.

Nel nostro territorio – Ecomafia

 Per trovare un esempio di grave sfruttamento delle risorse ambientali non è necessario rivolgere lo sguardo ad altre nazioni, basta osservare il nostro territorio. Ecomafia è un neologismo coniato da Legambiente che indica i settori della criminalità organizzata che si occupano di smaltimento illegale dei rifiuti, abusivismo edilizio e attività di escavazione. Nel 1994 nasce un progetto di osservazione di questi fenomeni da parte di Legambiente in collaborazione con le forse dell’ordine per attività di ricerca, analisi e denuncia. Un’altra svolta notevole si verifica con l’introduzione della legge 68/2015 sugli Ecoreati entrata in vigore a maggio 2015 (https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/05/28/15G00082/sg).

Nel 2016, ad un anno dalla sua approvazione, la legge sugli ecoreati ha permesso di sanzionarne 574, con la denuncia di 971 persone e 43 aziende

(https://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/ecoreati_nel_codice_penale_2017.pdf). Negli ultimi anni lo sfruttamento delle risorse ambientali del paese ha subito un forte incremento che ha generato un giro di affari del valore 16.6 miliardi di euro all’ecomafia solo nel 2018, anno con un forte aumento degli illeciti legati al ciclo illegale di smaltimento rifiuti e al cemento selvaggio ed un aumento dei casi di Disastro Ambientale previsti dalla legge sugli ecoreati. Analizzando più specificatamente i dati, in riferimento al report di Legambiente su Ecomafia 2019, si evince che la Campania è la regione con il maggior numero di crimini contro l’ambiente, mentre a livello provinciale dominano la scena Napoli, Roma e Bari.

È interessante notare come i crimini contro l’ambiente rappresentino tutt’altro che priorità per la classe dirigente, che in materia di sicurezza spinge sul tema dei migranti, ormai riconosciuto dall’opinione pubblica e sfruttato come strumento di propaganda. I danni reali di tali reati derivano dal rapporto conflittuale dell’uomo con l’ambiente dovuto, molto probabilmente, al modo di funzionare del tecnosistema umano, in particolare quello economico. Innanzitutto il tecnosistema è un sottoinsieme dell’ecosistema che lo sfrutta per risorse in entrata (come le materie prime) e al quale rende sostanze in uscita (tra cui i rifiuti). La particolarità che distorce l’entità di questa componente minore è quella di plasmare l’ambiente esterno per trarne vantaggio, caratteristica che porta le società industrializzate a vedere la natura come un da gestire e non a cui doversi adattare. Un altro aspetto che si inserisce in questa alterazione tra ecosistema e tecnosistema è la differenza di tempistiche: il sistema economico mira a soluzioni che abbiano rendimenti a breve scadenza con maggiore produttività, mentre il geosistema necessita di tempi decisamente più lunghi. L’insieme di questi due fattori comporta squilibri ambientali di diversa entità e una delle possibili manifestazioni è rappresentata dagli inquinamenti, il ché conferma l’ipotesi di partenza di ciclicità dei fenomeni che si verificano sulla superficie terrestre secondo cui ogni sfruttamento delle risorse ambientali produce inevitabili conseguenze.  

L’importanza dell’Unione Europea e del dialogo internazionale

L’Unione Europea è un’organizzazione internazionale politica ed economica costituita da 27 stati membri. La sua formazione è avvenuta all’indomani della Seconda Guerra mondiale e dovuta ad un desiderio di cooperazione, fattosi più acceso a seguito di secoli di conflitti, sia diplomatici che armati, che si sono susseguiti nel continente europeo per vari motivi, a partire dalle guerre di legittimità fino ad arrivare alle contese coloniali per la supremazia sui territori.

Tale organizzazione ha origine per promuovere una cooperazione economica tramite cui creare un’interdipendenza tra i paesi europei, con il secondo scopo di ridurne i contrasti, e si è poi evoluta in un’unione che ha come obiettivi il benessere dei suoi cittadini e la protezione dell’economia e dell’ambiente, rispettando la dignità umana e le libertà individuali e nazionali.

Di non trascurabile importanza è il concetto per cui l’Unione Europea non limita i sui stati membri, che restano sovrani ed indipendenti, ma sono questi che condividono una parte della loro sovranità al fine di stabilire in modo democratico per ciò che concerne decisioni inerenti a questioni di comune importanza, si prenda in esame la crisi mondiale dovuta alla pandemia di Covid-19 come esempio chiaro di necessità di dialogo. 

Storia

Per capire l’importanza dell’esistenza di un unione tra le nazioni d’Europa e del suo ruolo di mediatrice è necessario pensare ai momenti di crisi del continente, considerato per anni come polveriera dell’Occidente. Ponendo un esempio che permetta di vedere la differenza tra un contesto in cui le nazioni ragionano in termini di individualità e interessi personali ed uno in cui si è fatto in termini di cooperazione si pensi alla Rivoluzione Francese. Oltre all’alto costo di vite umane, l’Europa, non ancora unita, dovette affrontare il problema di arginare la diffusione delle idee rivoluzionarie  e riorganizzare la suddivisione del territorio, questo portò ad un primo tentativo di compartecipazione internazionale, il Congresso di Vienna. Oltre ai provvedimenti in merito alla legittimità dei sovrani e alla restaurazione dei confini precedenti alle guerre napoleoniche, salvo alcune eccezioni, si sviluppò il concetto di Concerto Europeo, basato sulla collaborazione e sul dialogo in caso di minacce all’interno delle potenze fondatrici.

Questo equilibrio fu destinato a decadere un po’ a causa dei moti rivoluzionari dell’Ottocento, un po’ per il costante conflitto franco-prussiano. L’idea di un’Europa effettivamente unita fu poi avanzata da Churchill, appena finita la Seconda Guerra mondiale, che invitando a dimenticare il nazionalismo e i disastri della guerra, propose la creazione di qualcosa come “gli Stati Uniti d’Europa”. Nel 1949 dieci stati si riunirono per fondare il Consiglio d’Europa, nel 1950 fu sancita una collaborazione tra alcuni paesi europei, tra cui Italia, Francia e Germania, che nel 1957 diventerà la Comunità Economica Europea.

Negli anni sessanta nei paesi appartenenti alla CEE si assiste ad un progresso economico molto forte, favorito anche dall’abolizione dei dazi doganali nei reciproci scambi. Nel 1973 si ha il primo allargamento degli stati partecipanti, anno in cui si inserì il Regno Unito. Dopo la caduta del muro di Berlino la Germania fu riunita e il crollo del comunismo ha determinato un avvicinamento tra i cittadini europei, coronato con il Trattato di Maastricht in cui i membri della comunità hanno stabilito la nascita dell’Unione Europea.

Come anticipato, l’importanza di questa organizzazione internazionale è evidente anche nell’attualità, l’Unione Europea è stata molto attiva nella gestione della pandemia dovuta al Covid-19. Premettendo che questa non è la prima crisi che viene affrontata e necessita dell’intervento dell’UE, si pensi alla SARS o agli attacchi terroristici, e che si tratta di un avvenimento che non ha permesso una risposta tempestiva ed univoca, si ricorda che le disposizioni per quanto riguarda la sanità pubblica sono una base importante per gli interventi dell’organizzazione in questa situazione di emergenza e permettono  di aiutare i cittadini degli stati membri su più fronti.

L’Unione Europea ai tempi del Covid-19

L’Unione Europea è stata creata con lo scopo di garantire un dato livello di protezione e benessere, motivo per cui esistono disposizioni come la clausola di solidarietà, che stabilisce che l’UE è giuridicamente obbligata a supportare qualunque stato membro vittima di attacchi terroristici o calamità naturali, solo nel caso in cui lo stato ne faccia richiesta. Nonostante questa norma non sia mai stata invocata, l’Italia, in un periodo di pandemia, ha ricevuto forniture mediche da Francia e Germania, nonostante anche questi paesi fossero toccati, seppur in maniera minore, dalla crisi in atto. Questo a dimostrazione del fatto che un’unione tale tra gli stati fa sì che nasca un sentimento di solidarietà pressoché spontaneo.

Questo non toglie che gli Stati membri possano adottare anche disposizioni di carattere protezionista per quanto riguarda i dispositivi di protezione personale, perché si tratta di motivi legati alla tutela della salute delle persone. In risposta a questo l’UE ha stanziato un capitale al fine di garantire la presenza di tali dispositivi (mascherine, guanti ecc) in un fondo europeo comune, da cui saranno divise negli stati membri tenendo in considerazione la gravità della situazione in ognuno di questi.

In un momento così particolare e ricco di instabilità l’Unione Europea interviene anche con dei mezzi a salvaguardia del mercato interno, con particolare attenzione alle imprese per cui sono stanziati aiuti, vietati fatta eccezione per calamità naturali ed eventi straordinari, che variano dalle sovvenzioni dirette a prestiti pubblici agevolati. La pandemia si sta affrontando tramite l’uso degli strumenti a disposizione dell’Unione Europea, senza tralasciare la necessità di intervenire rapidamente a tutela degli stati tramite azioni mirate e di custodire il principio alla base della collaborazione: il mercato interno. 

Nonostante il fine comunitario l’Unione Europea è stata vittima di opinioni molto contrastanti tra loro sin dalla sua creazione, si pensi che la CEE era formata soltanto da sei potenze europee. Tra le nazioni restanti si distingueva chi era scettico per una mancata fiducia nel concetto di cooperazione tra un numero di paesi tanto elevato, chi aveva una situazione troppo disastrosa in patria per poter pensare di entrare in una “comunità” e chi sosteneva il principio di legittimità dei sovrani rifiutando il concetto democratico alla base dell’Unione Europea. Tali idee hanno subito un modificarsi continuo nel corso degli anni, fatto sta che il numero attuale di Stati membri è aumentato a 27, 28 fino all’uscita dell’Inghilterra a fine 2019.

Ancora una volta lo stato di emergenza in atto offre un quadro interessante per capire le dinamiche che smuovono le opinioni riguardanti l’UE. Cosa comune in Italia è un senso di insoddisfazione legato al modo in cui la comunità europea ha gestito la crisi in atto che ha portato ad un calo di consensi, di cui non può che essere felice quell’ala di pensiero a sostegno della sovranità nazionale contro “l’invasione di Bruxelles”. In particolare si lamenta una risposta poco tempestiva (come abbiamo visto quasi impossibile data l’imprevedibilità di una tale crisi) e un trattamento del problema poco o per nulla adeguato, quasi come se fosse stato sottovalutato. D’altro canto è necessario contestualizzare questo cambiamento dell’opinione pubblica in un ambiente particolarmente provato e in ogni caso questa mancanza di fiducia nei confronti dell’Unione Europea molto di rado rappresenta una reale volontà di chiusura e allontanamento da parte degli Stati membri.

In conclusione viviamo in un’epoca storica in cui un legame tra nazioni appartenenti allo stesso continente rappresenta un fattore positivo in più ambiti, ognuna di queste può contare su un “principio regolatore” al quale poggiarsi in caso di difficoltà e che interverrà secondo diverse modalità, dalla promozione delle campagne di sensibilizzazione agli aiuti economici. Inoltre non va dimenticato che l’Europa ha sempre vissuto in condizioni di alta conflittualità che si sono stabilizzate proprio in seguito ad un progetto comunitario di unione, collaborazione e dialogo. 

Covid-19, ripercussioni sull’economia globale

Viviamo in un momento storico ed economico molto particolare. A causa della pandemia dovuta al covid-19 alcune tra le maggiori potenze globali stanno affrontando un periodo di forte recessione economica, probabilmente la più grave dalla Seconda Guerra mondiale, e di cambiamenti interni al mercato dei consumi e del lavoro. L’impatto economico si è verificato in primis in Cina, con un calo dell’offerta drastico dovuto al periodo di reclusione iniziato a gennaio. Data l’importanza della componente cinese nella produzione internazionale, questo calo ha portato delle ripercussioni sulle catene di fornitura internazionale, cui consegue un relativo calo della domanda che ha danneggiato consumi ed investimenti anche in Europa, Stati Uniti ed America Latina, tutte nazioni che oltre al danno di importazione si ritroveranno, poco dopo la Cina, a dover gestire gli effetti diretti della pandemia e del lockdown.

Punto di partenza: la Cina

Come anticipato, in Cina le disposizioni per limitare il contagio sono partite a gennaio, poco prima del Capodanno cinese. Il forte potere politico e l’esperienza avvenuta già qualche anno fa con la SARS hanno permesso di chiudere immediatamente tutte le attività non ritenute necessarie e di avere una preparazione maggiore in ambito sanitario. Come in occidente i provvedimenti presi per limitare i contagi hanno provocato un crollo delle borse e la chiusura delle attività ha fatto sì che si degenerasse in una crisi economica. I settori maggiormente colpiti sono quelli del turismo, si pensi che solo nella settimana del Capodanno sono andati persi circa 500 miliardi di Yuan (circa 61 miliardi di euro), dei trasporti, a causa degli spostamenti bloccati nel territorio, dell’immobiliare e dei beni di lunga durata non essenziali. Numericamente parlando si è verificato un crollo dei consumi al dettaglio intorno al 20% e dei volumi di scambi commerciali di poco inferiore. In risposta alle restrizioni di movimento molti lavoratori ed aziende sono stati costretti a rinnovare la struttura commerciale. Le imprese sono state indirizzate al web per la vendita dei propri beni, provocando un aumento record di nuove iscrizioni per i siti di vendita online. Tra i settori che hanno tratto vantaggio dal periodo di reclusione abbiamo quello dell’intrattenimento, cinematografico, ludico ed online, quello assicurativo, con un picco di richieste di polizze assicurative sanitarie, e quello sanitario, spinto alla produzione di strumenti per la prevenzione e la sicurezza personale. Di non trascurabile importanza è la capacità di adattamento dei cinesi, che li porterà a riemergere facilmente, ed il fatto che Pechino, una volta superato lo stato di emergenza in Cina, ha mandato aiuti a molti stati in difficoltà, cosa nel pieno interesse della potenza orientale al fine di tornare il prima possibile ad una situazione di normalità internazionale e di salvaguardare i propri rapporti commerciali. A causa della crisi una reale retrocessione potrebbe verificarsi nei rapporti con gli Stati Uniti, con cui potrebbe ricominciare lo scontro per limitarsi a vicenda, molto agevolato dall’atteggiamento anticinese nella gestione della pandemia di Donald Trump, oppure si potrebbero mantenere i rapporti attuali, specialmente in vista dell’anno elettorale negli USA.

La nostra realtà: l’Italia

In Italia la pandemia inizia a dilagare dallo scorso febbraio, le conseguenze economiche sono particolarmente tangibili e vanno ad intaccare un sistema già indebolito rispetto alle altre potenze europee. I dati a fine giugno riportano un deficit del PIL al -12,8% ed un aumento del debito pubblico al 166%. Il crollo congiunto di offerta e domanda è dovuto, come negli altri paesi, alla chiusura di molte attività. Per valutare la situazione economica attuale si prenda ad esempio uno dei settori più importanti dell’economia nazionale, quello turistico, che subisce un notevole crollo a causa delle misure di contenimento e per cui il ritorno alla normalità sarà molto graduale, comportando perdite di miliardi di euro, cifra non indifferente essendo buona parte del PIL nazionale. Un altro settore che ha subito i danni dovuti alla pandemia è quello relativo all’export italiano. Non essendo l’Italia l’unica nazione ad essere colpita dal covid-19 ed essendo maggiormente in crisi i principali paesi di destinazione dei prodotti italiani, senza tralasciare i relativi problemi logistici relativi alla spedizione in sé, l’export subirà un calo tra i più elevati nell’economia europea. In una situazione simile sono state trovate delle prospettive di sviluppo solo in alcuni ambiti, tra cui il settore farmaceutico e quello delle telecomunicazioni. Il passaggio ad uno stile di vita totalmente diverso ha portato un cambiamento ed una diminuzione anche nei consumi familiari, si passa ad acquisti volti a procurarsi i beni di prima necessità a sfavore di tutte quelle spese secondarie, quali abbigliamento, servizi ricreativi e ristorazione.

Una grande potenza europea: la Germania

Per rendersi realmente conto della situazione economica in Germania bisogna fare un paragone con le altre potenze europee. Prendendo in esame il primo trimestre del 2020 si pensi al fatto che la Francia, anch’essa toccata dalla crisi per la pandemia, ha subito un deficit del PIL del -5,8%, la Spagna del -5,2% ed il Belgio del -3,9%. In un quadro europeo simile la Germania ha visto una diminuzione del PIL del 2,2%, prendendo in esame lo stesso lasso di tempo. Il vero shock subito dall’economia tedesca non è inerente al mercato finanziario, che risulta già in piena ripresa, ma alla crisi nel sistema economico internazionale che provoca dei rallentamenti a livello commerciale. Il sistema tedesco infatti è basato sull’export-led (modello economico volto all’esportazione) che non trae sicuramente beneficio da una situazione come quella attuale. Un altro importante fattore è che, essendo molto collegata alle catene produttive globali, sull’economia tedesca si ripercuote qualsiasi deficit delle aziende a cui è legata e la pandemia ha danneggiato due importanti fornitori per quanto riguarda le produzioni di componentistica, l’Italia e la Cina. Il problema non è sormontabile in autonomia, un po’ perché molte aziende hanno una politica di acquisto di pezzi per cui questi vengono comprati solo in caso di bisogno, un po’ perché molte delle componenti sono altamente specializzate e prodotte solo in determinate industrie, comportando l’assenza di fornitori alternativi. In ogni caso la Germania si appresta a risolvere i propri problemi economici ed acquisire una maggiore importanza nel panorama europeo a causa della nomina di Angela Merkel come Presidente del Consiglio dell’Unione Europea, con una campagna a favore dello sviluppo sostenibile e dell’innovazione, resa particolarmente condivisibile per la credibilità della cancelliera tedesca, tornata ad i massimi livelli in seguito alla gestione della pandemia.

Una situazione particolare: Regno Unito

Il Regno Unito parte da una situazione in bilico già dall’inizio dell’anno a causa della Brexit, con cui si è tirato fuori dall’Unione Europea. A questo va aggiunto che si tratta dell’ultimo paese ad imporre la chiusura delle attività e la quarantena a causa della pandemia e dell’ultimo a dare il “via libera”. La coesistenza di questi fattori ha portato la nazione a subire il maggiore calo registrato da quando vengono pubblicati i dati economici mensili, con una diminuzione del PIL pari al 20,4% nel mese di aprile, una crisi peggiore di quella del 2008, soprattutto data l’importanza del settore manifatturiero, che contribuisce per il 21% alla composizione del PIL nazionale, in stato di stasi per i provvedimenti contro il covid-19.  Il tutto è aggravato dalla leggerezza e lentezza con cui Boris Johnson ha affrontato la pandemia, proponendo addirittura, come soluzione primaria, l’immunità di gregge. Come per gli altri paesi la ripresa economica sarà lenta, intaccata non solo dalla pandemia, ma anche dal dover ridiscutere alcuni termini della Brexit, per introdurre delle clausole a tutela della ripresa nazionale.

Il gigante oltreoceano: gli Stati Uniti

La pandemia non poteva non intaccare anche la maggiore potenza globale. Anche negli Stati Uniti ci troviamo in una situazione affrontata in modo tardivo e sottovalutata dal presidente Donald Trump, che inizialmente sosteneva che il mondo si fosse fermato per un’influenza. Facendo un discorso in senso cronologico si può notare come nel mese di dicembre la disoccupazione negli USA fosse in diminuzione arrivando al 3,5% e i salari e la borsa americana fossero in crescita. A gennaio è stato concluso uno dei più importanti accordi commerciali che prevede l’acquisto da parte della Cina di una quantità di prodotti per un valore di 200 miliardi di dollari, uno stimolo importante ad un’ulteriore crescita economica che non dipende dalla domanda interna. Nel mese di maggio la situazione si modifica notevolmente, il PIL passa dal +2.1% al -4.5% e la disoccupazione dal 3,5% al 14%. La risposta del governo è stata una riduzione dei tassi da parte della FED e un piano di aiuti pari a 2700 miliardi di dollari. Fornire questi sostegni non farà totalmente ripartire l’economia americana ma si aveva comunque la necessità di aiutare migliaia di persone che avevano perso il lavoro, soprattutto dati i costi sanitari degli USA. Per avere un quadro completo nella settimana antecedente al lockdown le richieste di sussidio sono state circa 70 mila, a partire dalle imposizioni di quarantena sono aumentate a 3 milioni e 300 mila. Già nel mese di giugno si è verificato un aumento di oltre due milioni di posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è sceso di oltre un punto percentuale e le attività sono state riaperte, alcune con qualche limitazione, in tutti gli stati. L’economia americana dimostra una forte reattività, confermata da un immediato aumento delle borse.

Un grande rischio: l’America Latina

L’America latina sta vivendo momenti di particolare difficoltà. Si tratta di un subcontinente che da anni non vede una crescita significativa e con problemi crescenti di indebitamento, con difficoltà a livello finanziario, poche opportunità di investimento e minime possibilità di recupero nei prossimi due anni. In un panorama simile il numero elevato di casi di covid-19 sicuramente non crea giovamento. In molti paesi le quarantene sono terminate in modo precario, senza aspettare che la curva di contagi si stabilizzasse, principalmente a causa della spinta degli imprenditori che non vogliono tenere ferme le loro attività per un lasso di tempo troppo elevato. L’economia sudamericana si sta bloccando e a risentirne sono tre perni fondamentali su cui si basa: il turismo, a causa delle limitazioni negli spostamenti, il commercio, per i limiti nelle esportazioni con conseguente calo del prezzo delle materie prime, e i flussi finanziari, con un calo degli investimenti esteri che raggiunge il 50%. Prendendo qualche esempio più specifico vediamo la situazione attuale in Brasile ed Argentina. Quest’ultima è alle prese con la crisi da prima della pandemia che la vede impegnata in trattative per sanare il debito generato dal governo Macrì. Il primo caso di covid-19 è stato riscontrato il 7 marzo e, da subito, sono state messe in atto le norme di confinamento, che hanno provocato il fallimento di molte attività. Tutti questi fattori hanno causato una maggiore contrazione dell’economia e dell’impiego con l’aumento dei livelli di povertà, già gravi dopo il sopracitato governo. Una situazione da cui, secondo l’ONU, l’Argentina potrà uscire solo mediante un programma di sostegno internazionale. Per ciò che concerne il Brasile l’argomento è ancora più delicato. L’atteggiamento di Bolsonaro, recentemente risultato positivo al virus per ironia della sorte, non ha aiutato i cittadini a capire la gravità della situazione, al contrario, in un periodo di confinamento per limitare per quanto possibile il numero di vittime, il presidente incitava le persone ad uscire dato che tutti sarebbero morti di fame nel caso di un blocco dell’economia. Nella nazione il tasso di disoccupazione sta crescendo in maniera molto rapida e la crisi dovuta alla pandemia ha aggravato ulteriormente la nota disuguaglianza sociale.

In conclusione, le nazioni di tutto il mondo sono state colpite da una crisi molto difficile da gestire in quanto indipendente dalle singole economie. Il cessare delle attività di diverso tipo ha provocato un inevitabile crollo dei PIL di tutto il mondo, ulteriormente aggravato dalle limitazioni in materia di spostamenti che hanno creato danneggiato le esportazioni. Le possibilità di ripresa in tempi brevi sono plausibili per le maggiori potenze mondiali e per le nazioni con le economie più reattive, si vedano gli Stati Uniti e la Cina, mentre per i paesi più deboli la camminata verso la ritrovata stabilità economica sarà più lunga e difficoltosa.

All’Italia e agli italiani

Giorno 6.

L’Italia è un paese di persone che generano e desiderano affetto. Qui ci si bacia anche se l’ultima volta che si è stati insieme è stata venti minuti fa, qui ci si sorride e ci si tocca, anche mentre si parla, che poi gli italiani gesticolano e ti devono toccare, se no sembra che non possano esprimere un concetto ma, allo stesso momento, detestano chi mentre parla li tocca. Siamo strani, siamo contorti e sì, capirci è un’arte.

Viviamo in un momento di pericolo assoluto, ci sono direttive dal governo estremamente limitative: non toccatevi, non oltrepassate il metro di distanza dalle altre persone, anzi non uscite proprio se non per andare a lavorare, che poi se non possiamo uscire… restano aperte solo le attività che forniscono i beni necessari, farmacie, supermercati, ma attenzione questo pericolo non è visibile, c’è, è ovunque ma non è tangibile, non sottovalutatelo, un virus non si paleserà davanti a voi chiedendo garbatamente se può entrare, lo farà e gli verrà davvero facile. La diffusione per via aerea è molto rapida, esattamente come prendere un’influenza. Tutti l’abbiamo avuta più volte nella nostra vita e se è così facile contagiarci per un’influenza, perché non dovrebbe esserlo per il Covid-19?

Parliamo di un virus nuovo, apparso da pochi mesi, che ha causato quasi 5000 morti nel mondo, che non ha una cura, ma ha sintomi comunissimi per cui potrebbe essere tranquillamente confuso con un raffreddore. Si tratta di una pandemia e va affrontata come tale.

pandemìa s. f. [rifacimento di epidemia secondo l’agg. gr. πανδήμιος «di tutto il popolo» (v. pandemio)]. – Epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territorî e continenti: pinfluenzalepvaiolosa.

Enciclopedia Treccani

Noi italiani abbiamo un problema, una necessità forte ed impellente di vivere in gruppo, noi prendiamo il caffè al bar in 7 o 8 persone, siamo pieni di paesi, anche nelle città, alcuni quartieri anzi ai paesi fanno proprio invidia. Noi necessitiamo della folla, quindi l’isolamento non lo conosciamo proprio, non ne siamo capaci, portiamo fuori il cane 15 volte quando prima ne usciva due, dimentichiamo qualcosa al supermercato per poter riscendere e casualmente fino a ieri avevamo la sagoma stampata sul divano ma questa quarantena ci ha fatto capire che nella vita volevamo essere persone sportive, quindi tutti a fare attività fisica al parco (allarme spoiler: poi probabilmente non la faremo e ci ritroveremo a passeggiare in tenuta da palestra). Forse non abbiamo capito realmente la situazione. Se portiamo i piccoli di casa a giocare al parco non gli alleggeriamo la situazione, li mettiamo in pericolo. Se vogliamo per forza uscire a fare l’aperitivo con gli amici, non stiamo lottando per essere liberi, stiamo creando un ambiente con altissime possibilità di contagio.

In un momento del genere, in cui è un pericolo anche andare in farmacia, pensate ai vostri nonni, che sono i più deboli della famiglia e che hanno le minori possibilità di sopravvivere al contagio, pensate ai vostri padri o alle vostre madri se devono comunque andare al lavoro, pensate al rischio che corrono e alle preoccupazioni che devono avere, perché se voi potete essere al sicuro in casa, in quarantena, è merito loro e probabilmente adesso è arrivato il momento di invertire le parti, preoccupiamoci per loro, prendiamocene cura, aiutiamoli ad essere attenti, quella sensazione che provate alla bocca dello stomaco quando escono, loro la provano dal primo giorno in cui hanno scoperto la nostra esistenza, quando ancora non potevano tenerci tra le braccia. Pensate alle persone che lavorano incessantemente negli ospedali per cercare di salvarci la vita e a coloro che sono lì in attesa di sapere se sarà l’ultimo giorno in cui potranno vedere il mondo.

Voglio parlare anche delle persone che si sono ritrovate divise da tutto questo, voglio parlare degli innamorati, dei fratelli, dei genitori e dei figli, di coloro che si trovavano in parti diverse del mondo quando tutto questo casino è iniziato e che ora lo devono affrontare senza una parte del loro cuore, ma nonostante questo cercano di seguire le regole, di non uscire, anche se l’amore poi non lo controlli, lo sa dove deve andare e tenerlo a freno è davvero complicato. Per voi che riuscite a restare lontani nonostante tutto, avete davvero la mia stima.

Non stiamo vivendo uno scherzo, le strade non sono vuote perché è agosto e sono tutti in vacanza. La situazione è grave. I contagi aumentano, i morti anche, si guarisce, ma non tutti riescono. L’Italia è un paese di persone che generano e desiderano affetto, faremo dei sacrifici enormi in questo momento, ma pensiamo a quanto potremo stringerci e finalmente questa situazione di panico finirà, pensiamo a quelle persone che amiamo così tanto e che non abbiamo qui vicino, pensiamo a tutte quelle volte in cui avremmo voluto tenergli forte la mano e dirgli di non avere paura, perché insieme si può affrontare ogni cosa. Pensiamo a quanto noi italiani sappiamo aiutarci e a tutte quelle persone che in un momento simile hanno cantato l’inno di Mameli dalla finestra.

Italia noi ci siamo, ci stiamo sforzando, stiamo rimanendo a casa e lo facciamo per te, perché ti abbiamo voluta esattamente così, unita, come nostra patria, siamo molto fieri di te e stiamo cercando davvero di proteggerti.

#Iorestoacasa #Andràtuttobene

Il progresso per le donne – WhatIthink

Inizio sottolineando che questo non sarà un tema facile, in quanto donna, figlia, sorella, amica ed un giorno spero madre, non vorrei dover vivere in una società che impone di trattare determinati argomenti, ma la storia non è fatta solo di ideali così come il mondo non si cambia solo con le parole, quindi proviamo a cambiarlo rendendoci conto dei fatti.

6 milioni 788 mila donne italiane hanno subito violenza, che sia fisica o sessuale. Il 31,5% delle donne dai 16 ai 70 anni.

Dati ISTAT

Il che vuol dire che una donna su tre ha subito una violenza di qualche tipo. Nel nostro giro di amiche, nella nostra famiglia, sul lavoro, è possibile che una (o più) tra le persone che conosciamo porti un dolore immenso, indescrivibile, che l’ha spinta a sentirsi debole ed impotente. Una donna su tre si è sentita umiliata, denigrata e sminuita da un uomo. Vorrei far notare che non tutto il progresso riguarda gli oggetti ma tanto di questo sta nelle mentalità, nell’evoluzione che non può essere solo tecnologica ma deve essere seguita da una svolta intellettuale. Vorrei scuotere quegli uomini che credono ancora che una donna possa essere una loro proprietà. Avete perso la potestà su di noi dopo anni di lotte mirate a farci sentire esseri umani e non oggetti, lotte che vorrei fossero compiute in tutto il mondo, ma ci sono ancora culture che obbligano le donne a rinunciare a cose per noi scontate, come mostrare il proprio volto o poter lavorare, anche se qui si apre una parentesi che verrà affrontata successivamente. Non accetteremo la regressione da quei diritti che a fatica sono stati conquistati cosi come non accetteremo che le parole pronunciate da noi abbiano un significato diverso da quelle pronunciate da un uomo.

NO è NO!

Se vi diciamo di no nulla vi da il diritto di sfiorarci o di guardarci, figuriamoci di toccarci o usare la violenza. In quanto donne abbiamo un potere decisionale sulla nostra vita, il colore del nostro rossetto, le nostre forme o come ci vestiamo non vi danno diritto di approfittare del fatto che siete fisicamente più forti di noi. Se vi diciamo no, intendevamo proprio no, non abbiamo dato modo di lasciarvi libera interpretazione ne vi abbiamo mandato segnali che indicavano altre intenzioni. Noi siamo padrone della nostra vita e di decidere per questa tanto quanto voi, con la differenza che in molte persone questo ancora non è chiaro.

Viviamo in una società in cui fino alla fine del XX secolo erano concesse delle attenuanti per ciò che è definito il delitto d’onore, mosso da un’azione che potesse andare ad intaccare la credibilità o l’onore della famiglia, in questo caso erano previste delle attenuanti per l’omicidio della propria moglie.Ora analizziamo questa frase, il suo significato? Io uomo, dal momento in cui mia moglie ha una relazione con un’altra persona, sono giustificato per il fatto di averla uccisa. Come se fosse una questione d’onore a poter decidere chi deve ancora respirare e vedere l’alba del giorno seguente.

Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla se non la loro intelligenza.

Rita Levi Montalcini

Parliamo di quelle donne che quando l’orlo della gonna non poteva essere più in alto delle ginocchia hanno lottato e si sono battute come se indossassero dei pantaloni. Quelle che nella cultura hanno visto i primi traguardi, le prime lauree in ambito scientifico, i primi libri pubblicati. Quelle che per prime hanno goduto della loro indipendenza, dei propri averi. Per quanto mi riguarda ammiro anche quelle donne che le problematiche femminili le hanno anticipate ed occultate in un libro, che hanno creato una Elizabeth Bennet forte e decisa, arrogante ed in grado di esprimere il suo pensiero nonostante la realtà non lo permettesse, che hanno rivendicato il diritto ad avere soldi ed una stanza tutta per sé dove scrivere , quelle che vivendo all’ombra della fama del proprio marito hanno comunque creato un Frankenstein, che nonostante lo scorrere del tempo resta un capolavoro della letteratura europea.

In ogni caso eviterei di fare “di tutta l’erba un fascio”, nella mia bolla di positivismo esalterei quegli uomini che hanno creduto nelle capacità delle mogli o delle figlie, che non sentivano l’intelligenza di una donna come un affronto alla propria, come George Austen, attento all’educazione delle figlie, al contrario del padre di Emily Dickinson che le comprava molti libri pregandola di non leggerli per paura che scuotessero la mente. Allo stesso modo darei atto a quegli uomini che riconoscono l’importanza di una donna e delle sue battaglie. C’è un femminismo di tipo più “estremista” che non condivido, non sono contro il genere maschile esaltando la donna perché superiore. Sono a favore della meritocrazia e del libero arbitrio. Della perseveranza e dell’impegno. Se questi principi fossero rispettati in pieno sarei felice allo stesso modo nel caso in cui un posto di lavoro fosse ottenuto da un uomo o da una donna, ma purtroppo non è cosi. Ancora ci sono agenzie in cui un uomo viene pagato più di una donna con la stessa medesima esperienza, talvolta anche di una più qualificata di lui.

Non voglio battermi per la superiorità femminile, voglio lottare perché un giorno vorrei poter guardare mia figlia o mia nipote e non essere preoccupata della sua incolumità ogni volta che mette piede fuori casa, cosi come vorrei che i suoi meriti le venissero riconosciuti, vorrei invogliarla a seguire i suoi sogni con impegno perché un giorno verrà valutata allo stesso modo in cui lo sarebbe un uomo.

Repressione nel XXI secolo – WhatIthink

Si parta dal presupposto che in nessuna maniera concepisco come nel terzo millennio possano ancora essere violati i diritti fondamentali dei cittadini, o meglio delle persone, in questo modo. Ognuno dovrebbe avere diritto ad una casa, ad un lavoro, ad esprimersi e professare la propria religione. Ogni uomo dovrebbe avere diritto alla libertà finché essa non va ad intaccare quella di qualcun altro.

A neanche un secolo dai campi di sterminio nazisti molte persone dimenticano che ci sono state altre realtà attive negli stessi anni ed alcune lo sono ancora. Le Grandi Purghe russe, i Gulag, sono eventi reali, non si tratta di finzione o immaginario, si tratta di numeri, di esseri umani che diventano tali.

Analizziamo cosa successe durante lo sterminio nazista. Ci sono stati cittadini del Reich che hanno affermato che i campi di concentramento fossero inventati, che non esistessero in realtà, questo perché le operazioni di trasporto, definite anche di bonifica, erano svolte dalle SS in assoluta segretezza. Gli ebrei scomparivano dalle loro case, si svolgevano retate nelle strade, ma nessuno sapeva niente. Quei campi hanno provocato 5,1 milioni di vittime, tra persone di religione ebraica ( le uniche che sembrano essere ricordate dall’opinione comune), omosessuali, sinti e rom.

Provate ad immaginare cosa si provi a vedere un padre o una madre che ci vengono strappati via perché non idonei al lavoro forzato, un figlio perché troppo piccolo per sopportare carichi o un nonno per l’età avanzata. Si tratta di Persone che hanno assistito mentre qualcun altro decideva che la loro vita era giunta al termine, di persone che hanno perso casa, lavoro, famiglia, ogni tipo di bene e la libertà di pensiero. Pensavate non fosse possibile? Loro l’hanno persa.

In una società incentrata sul potere e sul commercio è importante ricordare che non siamo merci. Nessuno può decidere di che colore dobbiamo essere, chi deve usarci, in che modo né quando è il momento di andare fuori produzione. Nessuno può dirci la forma giusta da avere né in che modo dobbiamo essere omologati. Il diritto ad essere liberi dovrebbe essere alla base di ogni società che ostenta un aggettivo come civile nella sua definizione. Nessuno può decidere per la nostra vita, che sia più forte o più potente di noi non ha importanza. Credo che la legge vada rispettata come credo che i governi degli ideali estremi portino le società e le nazioni alla rovina e che non siano in grado di garantire una legge ugualitaria, mancanza insanabile dato che il concetto di nazione in epoca contemporanea prevede varietà etnica.

Un milione di uiguri sono stati prelevati dalle loro famiglie e portati in campi di rieducazione. Questo è violare il diritto alla libertà ed i pretesti usati per farlo non sono sufficienti. Mettiamoci in testa che una nazione intera non può e non deve pagare per i peccati di pochi. Usare le azioni di alcuni estremisti che hanno causato delle morti (riferimento all’attacco da parte del Movimento islamico del Turkestan orientale e l’Organizzazione di liberazione del Turkestan orientale sfruttati da Xi Jinpen) non giustifica la reclusione di un’intera etnia. Si dovrebbe punire il colpevole dell’azione, non chiunque sia simile a lui.

Non spacciamoci per una civiltà o una generazione evoluta solo perché sappiamo usare la tecnologia, viviamo in un mondo in cui le persone vengono ancora sterminate, limitate e recluse, il tutto solo per garantire il potere di qualcun altro. Viviamo in un mondo che mette in ginocchio dei civili per garantire la posizione dei potenti. Non siamo evoluti, siamo meschini e agiamo soltanto mossi da interessi economici che, come è stato dimostrato in questo caso, valgono più di un milione di vite.

Repressione nel XXI secolo

La Cina e il progetto di “rieducare” gli uiguri dello Xinjiang

Di recente si è verificata una delle più grandi fughe di notizie da quando la Cina si trova sotto il controllo del Partito comunista, si tratta di 403 pagine di documenti governativi che esprimono il bisogno di portare gli uiguri (etnia di religione islamica che si trova nello Xinjiang e di lingua turca) in scuole di formazione istituite dal governo. Alcuni studenti che frequentavano le scuole ad Hong Kong di ritorno per le vacanze verso l’estremo ovest della Cina hanno trovato le loro case vuote, così come quelle dei loro vicini e alla richiesta di spiegazioni alle autorità locali gli è stato raccontato di questi centri, al quale non potevano sottrarsi pur non essendo criminali, di come fosse necessario che le loro famiglie affrontassero un percorso scolastico dopo essere stati a contatto con ideali malsani, fornendo la seguente spiegazione e sottolineando che il periodo di reclusione sarebbe dipeso anche dalla loro condotta.

Il tuo familiare è stato inviato a studiare perché ha subito un certo grado di influenza dannosa sull’estremismo religioso e sui pensieri terroristici violenti. Se ad un certo punto le “Tre Forze” o le persone con ulteriori motivi le incitassero o incantassero, le conseguenze sarebbero gravi.

Risposta fornita alla domanda degli studenti sul perché la frequenza di queste strutture fosse obbligatoria per loro famiglie.

Per “Tre Forze” si intendono il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso, usato come scusa dal Partito contro le critiche internazionali ai campi che ha descritto come centri di formazione professionale, nonostante l’evidente fine che traspare dai documenti divulgati. Si tratta di deportazioni che il governo cinese ha cercato di presentare nella maniera più benevola possibile e cercando di nascondere la campagna di internamento più grande dai tempi di Mao. Le conseguenze riportate non sono solo per i diretti interessati e per le loro famiglie (di cui tratteremo nel prossimo testo), ma per l’intera regione afflitta dalla grave mancanza di forza lavoro ed alle persone che muovono lamentele viene intimato di tacere ed essere grati al Partito Comunista.
Nel documento viene riportato come il capo del Partito Xi Jinping abbia iniziato a parlare di repressione nell’aprile 2014, poche settimane dopo ci fu un attacco degli uiguri in una stazione che provocò numerosi feriti e 30 morti, Xi Jinping ha risposto chiedendo una lotta senza pietà contro il terrorismo usando gli organi della dittatura, ai discorsi tenuti dal capo del partito sono dedicate quasi 200 pagine.
Oltre 150 pagine del documento del governo offrono direttive alla sorveglianza in caso di domande da parte delle famiglie dei deportati, contenenti anche la minaccia che il periodo di detenzione fosse proporzionale al comportamento nei confronti del Partito dei parenti a casa, e riferimenti a progetti sull’estensione del programma anti islamico in altre parti della Cina.

Dal 2017, le autorità dello Xinjiang hanno arrestato molte centinaia di migliaia di uiguri, kazaki e altri musulmani nei campi di internamento. I detenuti subiscono mesi o anni di indottrinamento e interrogatorio volti a trasformarli in sostenitori secolari e fedeli del partito.

New York Times

Il governo invia i giovani più brillanti dello Xinjiang nelle università del paese con lo scopo di formare degli insegnanti uiguri, da farvi tornare, fedeli al Partito e, qualora le loro famiglie fossero state internate per la “rieducazione” durante il loro periodo di studi, le loro tasse universitarie sarebbero state gratuite.

La libertà è possibile solo quando questo ‘virus’ nel loro pensiero viene sradicato e sono in buona salute. 

Parte del documento

Approfondendo la situazione degli uiguri è possibile riscontrare dei movimenti indipendentisti che si sviluppano a partire dalla prima metà del novecento. Durante la guerra civile cinese si tentò più volte di istituire uno stato indipendente, ma i tentativi fallirono definitivamente nel 1949 con l’annessione della Seconda Repubblica del Turkestan alla Repubblica Popolare Cinese, con cui si mantiene un clima conflittuale. Nella stessa regione dello Xinjiang si trovano movimenti estremisti che hanno intensificato la loro azione dopo il 2001, come il Movimento islamico del Turkestan orientale e l’Organizzazione di liberazione del Turkestan orientale (entrambi nella lista delle organizzazioni terroristiche degli USA) che compiono attacchi contro l’esercito, gli abitanti di etnia Han e gli uffici governativi, azioni usate come pretesto per far partire la “rieducazione” da Xi Jinping.

Basato su un articolo del New York Times a cura di Austin Ramzy e Chris Buckley