Il nostro pianeta è un enorme ecosistema

Al contrario di ciò che crede la maggior parte delle persone, il nostro pianeta non ha risorse illimitate e non è un sistema autorigenerante. I danni che gli uomini causano all’ambiente vengono spesso sottovalutati, ma il nostro pianeta è un enorme ecosistema, per cui se una persona che non svolge la raccolta differenziata pensa che un sacco di rifiuti misti in più non danneggerà la Terra, o un’azienda che vuole limitare i costi e risparmia sul sostenibile è mossa da un desiderio di vantaggi economici a dispetto della tutela dell’ambiente, in realtà si stanno creando danni, che siano di piccola o grande entità . Andando ad osservare il problema ambientale a livello nazionale è necessario sottolineare come gli sfruttamenti delle risorse, nella maggior parte dei casi mirando ad un maggiore guadagno economico, anche se circoscritti ad una data area, rappresentino in realtà un problema di dimensioni globali. Stiamo trattando di un sistema in cui ogni cosa è collegata alle altre, così come ogni azione provoca una reazione e la Terra non ha una superficie infinita. Ogni tipo di sfruttamento dell’ambiente genera una forma di inquinamento che agisce sullo stato di salute, sul ritmo di crescita ed interferisce con le catene alimentari, tutti fattori che sommati alla distruzione degli habitat naturali da parte dell’uomo, ad esempio la deforestazione, vanno ad intaccare gravemente l’integrità della biosfera.

Un fenomeno particolarmente noto – la deforestazione in Brasile

A proposito di risorse limitate che il nostro pianeta può offrire un esempio eclatante è la deforestazione di cui si è parlato abbondantemente in relazione all’Amazonia brasiliana, dove si raggiungono nuovi record ogni anno. Secondo il National Institute For Space Research (INPE) a gennaio 2020 sono stati eliminati più di 280 km2 di area boschiva, con un aumento rispetto agli anni precedenti del 108%. Tali dati risultano accessibili mediante un sistema che usa i satelliti Terra ed Acqua della NASA, il DETER, che permette di monitorare la deforestazione amazzonica in tempo reale. Il forte aumento di sfruttamento dell’area forestale coincide con il primo anno in carica del presidente Bolsonaro, che ha insistito sull’allentamento delle restrizioni per lo sfruttamento dell’Amazzonia e con il “casuale” licenziamento di Ricardo Galvao, presidente dell’INPE e tra i dieci scienziati più importanti del 2019 secondo la rivista britannica Nature, con la motivazione di aver ingrandito l’entità del problema di deforestazione. La volontà di sfruttare le risorse della foresta amazzonica da parte di Bolsonaro è stata particolarmente eclatante nell’estate 2019, quando il governo ha cercato di ridurre al minimo il controllo degli incendi boschivi verificatosi nell’area forestale.

Ma da cosa nasce la spinta allo sfruttamento delle risorse ambientali di quello specifico territorio?

Premessa fondamentale per affrontare il discorso è che l’Amazzonia brasiliana ospita molteplici comunità native a cui sono state assegnate delle zone protette che ospitano un’enorme quantità di risorse minerarie. A febbraio 2020 il presidente in carica ha presentato un particolare disegno di legge (www.camara.leg.br/proposicoesWeb/fichadetramitacao?idProposicao=2236765) che consente l’attività di estrazione nelle suddette aree, proposta già avanzata durante la campagna elettorale del 2018. La lotta contro le comunità native è stata fondamentale nella propaganda di Bolsonaro che ha colpevolizzato queste popolazioni di occupare troppa terra, quindi una critica ai confini delle zone protette, che rappresentano circa l’8% della nazione, ostacolando di conseguenza lo sviluppo economico del paese. La proposta del governo brasiliano includi disposizioni di consultazione delle comunità indigene e richiede l’approvazione da parte del congresso per qualsiasi attività di estrazione. Tale tentativo di dialogo con le popolazioni native potrebbe rappresentare un piccolo esempio di apertura, se solo questo non fosse limitato dal fatto che, una volta ottenuto il permesso da parte del congresso, le comunità perdono ogni diritto di voto. In ogni caso la politica ambientale di Bolsonaro rappresenta una minaccia a livello globale poiché l’Amazzonia è il principale polmone verde della Terra ed è una delle aree del pianeta con maggiore biodiversità.

Le problematiche della politica ambientale del presidente brasiliano non derivano solo dalla deforestazione, che già da se rappresenterebbe un enorme problema, ma anche dall’ipotesi sull’uscita del Brasile dagli accordi sul clima di Parigi (https://ec.europa.eu/clima/policies/international/negotiations/paris_it). Questa è stata ritirata ma è da tenere in considerazione che il capo dello staff di Bolsonaro, Lorenzoni, è un negazionista che ritiene inutile ed inaffidabile lo studio del clima, problema notevole visto l’impatto che ha l’amazzonia sull’assetto climatico globale.

Nel nostro territorio – Ecomafia

 Per trovare un esempio di grave sfruttamento delle risorse ambientali non è necessario rivolgere lo sguardo ad altre nazioni, basta osservare il nostro territorio. Ecomafia è un neologismo coniato da Legambiente che indica i settori della criminalità organizzata che si occupano di smaltimento illegale dei rifiuti, abusivismo edilizio e attività di escavazione. Nel 1994 nasce un progetto di osservazione di questi fenomeni da parte di Legambiente in collaborazione con le forse dell’ordine per attività di ricerca, analisi e denuncia. Un’altra svolta notevole si verifica con l’introduzione della legge 68/2015 sugli Ecoreati entrata in vigore a maggio 2015 (https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/05/28/15G00082/sg).

Nel 2016, ad un anno dalla sua approvazione, la legge sugli ecoreati ha permesso di sanzionarne 574, con la denuncia di 971 persone e 43 aziende

(https://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/ecoreati_nel_codice_penale_2017.pdf). Negli ultimi anni lo sfruttamento delle risorse ambientali del paese ha subito un forte incremento che ha generato un giro di affari del valore 16.6 miliardi di euro all’ecomafia solo nel 2018, anno con un forte aumento degli illeciti legati al ciclo illegale di smaltimento rifiuti e al cemento selvaggio ed un aumento dei casi di Disastro Ambientale previsti dalla legge sugli ecoreati. Analizzando più specificatamente i dati, in riferimento al report di Legambiente su Ecomafia 2019, si evince che la Campania è la regione con il maggior numero di crimini contro l’ambiente, mentre a livello provinciale dominano la scena Napoli, Roma e Bari.

È interessante notare come i crimini contro l’ambiente rappresentino tutt’altro che priorità per la classe dirigente, che in materia di sicurezza spinge sul tema dei migranti, ormai riconosciuto dall’opinione pubblica e sfruttato come strumento di propaganda. I danni reali di tali reati derivano dal rapporto conflittuale dell’uomo con l’ambiente dovuto, molto probabilmente, al modo di funzionare del tecnosistema umano, in particolare quello economico. Innanzitutto il tecnosistema è un sottoinsieme dell’ecosistema che lo sfrutta per risorse in entrata (come le materie prime) e al quale rende sostanze in uscita (tra cui i rifiuti). La particolarità che distorce l’entità di questa componente minore è quella di plasmare l’ambiente esterno per trarne vantaggio, caratteristica che porta le società industrializzate a vedere la natura come un da gestire e non a cui doversi adattare. Un altro aspetto che si inserisce in questa alterazione tra ecosistema e tecnosistema è la differenza di tempistiche: il sistema economico mira a soluzioni che abbiano rendimenti a breve scadenza con maggiore produttività, mentre il geosistema necessita di tempi decisamente più lunghi. L’insieme di questi due fattori comporta squilibri ambientali di diversa entità e una delle possibili manifestazioni è rappresentata dagli inquinamenti, il ché conferma l’ipotesi di partenza di ciclicità dei fenomeni che si verificano sulla superficie terrestre secondo cui ogni sfruttamento delle risorse ambientali produce inevitabili conseguenze.  

L’importanza dell’Unione Europea e del dialogo internazionale

L’Unione Europea è un’organizzazione internazionale politica ed economica costituita da 27 stati membri. La sua formazione è avvenuta all’indomani della Seconda Guerra mondiale e dovuta ad un desiderio di cooperazione, fattosi più acceso a seguito di secoli di conflitti, sia diplomatici che armati, che si sono susseguiti nel continente europeo per vari motivi, a partire dalle guerre di legittimità fino ad arrivare alle contese coloniali per la supremazia sui territori.

Tale organizzazione ha origine per promuovere una cooperazione economica tramite cui creare un’interdipendenza tra i paesi europei, con il secondo scopo di ridurne i contrasti, e si è poi evoluta in un’unione che ha come obiettivi il benessere dei suoi cittadini e la protezione dell’economia e dell’ambiente, rispettando la dignità umana e le libertà individuali e nazionali.

Di non trascurabile importanza è il concetto per cui l’Unione Europea non limita i sui stati membri, che restano sovrani ed indipendenti, ma sono questi che condividono una parte della loro sovranità al fine di stabilire in modo democratico per ciò che concerne decisioni inerenti a questioni di comune importanza, si prenda in esame la crisi mondiale dovuta alla pandemia di Covid-19 come esempio chiaro di necessità di dialogo. 

Storia

Per capire l’importanza dell’esistenza di un unione tra le nazioni d’Europa e del suo ruolo di mediatrice è necessario pensare ai momenti di crisi del continente, considerato per anni come polveriera dell’Occidente. Ponendo un esempio che permetta di vedere la differenza tra un contesto in cui le nazioni ragionano in termini di individualità e interessi personali ed uno in cui si è fatto in termini di cooperazione si pensi alla Rivoluzione Francese. Oltre all’alto costo di vite umane, l’Europa, non ancora unita, dovette affrontare il problema di arginare la diffusione delle idee rivoluzionarie  e riorganizzare la suddivisione del territorio, questo portò ad un primo tentativo di compartecipazione internazionale, il Congresso di Vienna. Oltre ai provvedimenti in merito alla legittimità dei sovrani e alla restaurazione dei confini precedenti alle guerre napoleoniche, salvo alcune eccezioni, si sviluppò il concetto di Concerto Europeo, basato sulla collaborazione e sul dialogo in caso di minacce all’interno delle potenze fondatrici.

Questo equilibrio fu destinato a decadere un po’ a causa dei moti rivoluzionari dell’Ottocento, un po’ per il costante conflitto franco-prussiano. L’idea di un’Europa effettivamente unita fu poi avanzata da Churchill, appena finita la Seconda Guerra mondiale, che invitando a dimenticare il nazionalismo e i disastri della guerra, propose la creazione di qualcosa come “gli Stati Uniti d’Europa”. Nel 1949 dieci stati si riunirono per fondare il Consiglio d’Europa, nel 1950 fu sancita una collaborazione tra alcuni paesi europei, tra cui Italia, Francia e Germania, che nel 1957 diventerà la Comunità Economica Europea.

Negli anni sessanta nei paesi appartenenti alla CEE si assiste ad un progresso economico molto forte, favorito anche dall’abolizione dei dazi doganali nei reciproci scambi. Nel 1973 si ha il primo allargamento degli stati partecipanti, anno in cui si inserì il Regno Unito. Dopo la caduta del muro di Berlino la Germania fu riunita e il crollo del comunismo ha determinato un avvicinamento tra i cittadini europei, coronato con il Trattato di Maastricht in cui i membri della comunità hanno stabilito la nascita dell’Unione Europea.

Come anticipato, l’importanza di questa organizzazione internazionale è evidente anche nell’attualità, l’Unione Europea è stata molto attiva nella gestione della pandemia dovuta al Covid-19. Premettendo che questa non è la prima crisi che viene affrontata e necessita dell’intervento dell’UE, si pensi alla SARS o agli attacchi terroristici, e che si tratta di un avvenimento che non ha permesso una risposta tempestiva ed univoca, si ricorda che le disposizioni per quanto riguarda la sanità pubblica sono una base importante per gli interventi dell’organizzazione in questa situazione di emergenza e permettono  di aiutare i cittadini degli stati membri su più fronti.

L’Unione Europea ai tempi del Covid-19

L’Unione Europea è stata creata con lo scopo di garantire un dato livello di protezione e benessere, motivo per cui esistono disposizioni come la clausola di solidarietà, che stabilisce che l’UE è giuridicamente obbligata a supportare qualunque stato membro vittima di attacchi terroristici o calamità naturali, solo nel caso in cui lo stato ne faccia richiesta. Nonostante questa norma non sia mai stata invocata, l’Italia, in un periodo di pandemia, ha ricevuto forniture mediche da Francia e Germania, nonostante anche questi paesi fossero toccati, seppur in maniera minore, dalla crisi in atto. Questo a dimostrazione del fatto che un’unione tale tra gli stati fa sì che nasca un sentimento di solidarietà pressoché spontaneo.

Questo non toglie che gli Stati membri possano adottare anche disposizioni di carattere protezionista per quanto riguarda i dispositivi di protezione personale, perché si tratta di motivi legati alla tutela della salute delle persone. In risposta a questo l’UE ha stanziato un capitale al fine di garantire la presenza di tali dispositivi (mascherine, guanti ecc) in un fondo europeo comune, da cui saranno divise negli stati membri tenendo in considerazione la gravità della situazione in ognuno di questi.

In un momento così particolare e ricco di instabilità l’Unione Europea interviene anche con dei mezzi a salvaguardia del mercato interno, con particolare attenzione alle imprese per cui sono stanziati aiuti, vietati fatta eccezione per calamità naturali ed eventi straordinari, che variano dalle sovvenzioni dirette a prestiti pubblici agevolati. La pandemia si sta affrontando tramite l’uso degli strumenti a disposizione dell’Unione Europea, senza tralasciare la necessità di intervenire rapidamente a tutela degli stati tramite azioni mirate e di custodire il principio alla base della collaborazione: il mercato interno. 

Nonostante il fine comunitario l’Unione Europea è stata vittima di opinioni molto contrastanti tra loro sin dalla sua creazione, si pensi che la CEE era formata soltanto da sei potenze europee. Tra le nazioni restanti si distingueva chi era scettico per una mancata fiducia nel concetto di cooperazione tra un numero di paesi tanto elevato, chi aveva una situazione troppo disastrosa in patria per poter pensare di entrare in una “comunità” e chi sosteneva il principio di legittimità dei sovrani rifiutando il concetto democratico alla base dell’Unione Europea. Tali idee hanno subito un modificarsi continuo nel corso degli anni, fatto sta che il numero attuale di Stati membri è aumentato a 27, 28 fino all’uscita dell’Inghilterra a fine 2019.

Ancora una volta lo stato di emergenza in atto offre un quadro interessante per capire le dinamiche che smuovono le opinioni riguardanti l’UE. Cosa comune in Italia è un senso di insoddisfazione legato al modo in cui la comunità europea ha gestito la crisi in atto che ha portato ad un calo di consensi, di cui non può che essere felice quell’ala di pensiero a sostegno della sovranità nazionale contro “l’invasione di Bruxelles”. In particolare si lamenta una risposta poco tempestiva (come abbiamo visto quasi impossibile data l’imprevedibilità di una tale crisi) e un trattamento del problema poco o per nulla adeguato, quasi come se fosse stato sottovalutato. D’altro canto è necessario contestualizzare questo cambiamento dell’opinione pubblica in un ambiente particolarmente provato e in ogni caso questa mancanza di fiducia nei confronti dell’Unione Europea molto di rado rappresenta una reale volontà di chiusura e allontanamento da parte degli Stati membri.

In conclusione viviamo in un’epoca storica in cui un legame tra nazioni appartenenti allo stesso continente rappresenta un fattore positivo in più ambiti, ognuna di queste può contare su un “principio regolatore” al quale poggiarsi in caso di difficoltà e che interverrà secondo diverse modalità, dalla promozione delle campagne di sensibilizzazione agli aiuti economici. Inoltre non va dimenticato che l’Europa ha sempre vissuto in condizioni di alta conflittualità che si sono stabilizzate proprio in seguito ad un progetto comunitario di unione, collaborazione e dialogo.